Di cosa scriviamo quando scriviamo per lavoro

Questa mattina mi sono svegliata molto presto. Non so come mai ma accade sempre più spesso. Forse l’età che avanza oppure è la persiana che non chiude bene e lascia passare troppa luce. Non so.

Cosa faccio alle 6 del mattino? Scrivo, faccio quattro passi in rete, leggo. E stamattina ho iniziato l’ebook di Annamaria Anelli Di cosa scriviamo quando scriviamo per lavoro. L’ho iniziato e non sono riuscita a mollarlo fino a quando non l’ho finito.

Letto tutto d’un fiato. Piacevole come una tazza di cioccolata (esiste qualcuno a cui non piace la cioccolata?) e assolutamente fuffa free. Concreto, arguto, fluido (e sono tre aggettivi, come Luisa Carrada insegna).

Vorrei aggiungerne un quarto: sorprendente. Non mi aspettavo, infatti, tanti riferimenti anche ai media visuali (serie televisive e film). Il risultato è una scrittura per immagini. La definirei visiva. Bella, mi è proprio piaciuta (non si era ancora capito?).

Scrivere per lavoro

Scrivere per lavoro non è semplice (tranne rarissime eccezioni). Trovare le parole giuste, il tono di voce giusto, l’intonazione giusta. Difficile sempre, per tutti i mercati, per tutti i settori.

“Vorresti emergesse la storia della tua azienda di famiglia senza partire dalle guerre puniche. O raccontare tutta la passione che ci metti da quando sei entrato nel mondo dei freelance.
Quando lanci un prodotto o un servizio non sai bene se usare un tono colloquiale, se essere più distante, se raccontare qualcosa di te (senza arrivare ai dettagli più intimi, ovvio!) oppure no”.

Faccio mia una porzione di recensione che ho letto su Amazon :

“… questo è più che un libro tecnico: è un racconto godibilissimo perché Annamaria Anelli ha cucito con cura esempi, consigli e informazioni con fili fatti di citazioni prese da film, serie tv e libri. Che alla fine ti viene anche voglia di andarli a rivedere e rileggere!”

E’ vero, è riuscita a rendere avvincente come un romanzo anche una guida professionale alla scrittura.

Il libro è principalmente rivolto (come scritto nella presentazione già citata, a cura dell’editore Zandegù) a freelance e piccole aziende ma leggendolo non si riesce a non allargare lo sguardo e riflettere sull’applicazione ad altri settori.

Quando i servizi da proporre sono specialistici, quando gli interlocutori sono istituzionali è veramente impegnativo cercare di cambiare il modo tradizionale di descriversi e di descrivere cosa si propone.

In particolare in rete. Il web richiede, infatti, testi e un linguaggio di comunicazione con precise caratteristiche.

 

L’istituzionalese

Spesso interlocutori che appartengono ad enti e istituzioni, mi guardano perplessi quando propongo loro una riflessione per intervenire sul modo di raccontarsi (e qui uso il termine raccontare nell’accezione di Annamaria). Sembra quasi che un cambiamento di linguaggio sia una diminutio del proprio ruolo, della propria immagine pubblica.

Perchè non lasciare da parte l’istituzionalese (e qui parafraso Luisa Carrada e il suo aziendalese) e sostituirlo con testi semplici e chiari?

C’è chi la considera una perdita di tempo: non riesco a dedicare il giusto tempo alla stesura dei testi, quindi lascio le cose come stanno e come ho sempre fatto. Faccio prima. E’ vero che spesso questo è il caso in cui si è di fronte a strutture fortemente sottodimensionate che a una sola persona richiedono un impegno di energie imponente, in ambiti diversi e nello stesso momento. A volte, però, è anche una forma mentis (seconda citazione latina, mi fermo qui :))

E’ un peccato perchè l’istituzionalese non si legge, non suscita interesse, curiosità. Il risultato è che i cittadini, gli utenti, non leggono. Dopo due righe (e anche meno) abbandonano …

L’abitudine di usare frasi fatte, infatti, non è solo delle aziende (il leader di mercato, il cliente al centro, servizi a 360°, …) ma anche delle istituzioni, degli enti. Testi lunghissimi, affermazioni ridondate, toni freddi hanno come effetto quello di allontanare gli interlocutori che hanno necessità di quelle informazione e che non hanno alcune possibilità di cattura l’attenzione di nuovi pubblici.

E’ una conversazione che non decolla, anzi … rischia di non iniziare neppure. Perchè, quindi, non cambiare? Il colloquio con i cittadini, con i propri utenti, è la ricchezza di una istituzione. E la capacità di creare il giusto modo di conversare, scegliere un tono di voce che faciliti l’incontro può veramente fare la differenza.

Libri come questo di Annamaria sono utilissimi per favore questo cambiamento anche se siamo tutti consapevoli che c’è molta strada da fare …

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